Work-life balance, tendenza o strategia?

Parlare oggi di “work-life balance” può apparire a tratti scontato e a tratti pericoloso, ma da quando sono mamma questo è un tema che mi tocca molto da vicino, quindi non mi spaventa assumermi qualche rischio. Cercherò di farlo offrendo spunti di riflessione “bipartisan” provando a non viziarli troppo con il mio personale punto di vista. Perché scontato? Oggi tutti ne parlano ed è un tema sempre presente nelle agende dei reparti HR di aziende più o meno strutturate; se non se ne parla si rischia di dare un’immagine del management poco cool e poco smart, scatenando le idiosincrasie anche del più tollerante degli uffici marketing. Ma è sicuramente altrettanto pericoloso parlarne, perché senza reali cambiamenti di rotta il tema del work-life balance, espone l’azienda alla più tradizionale delle osservazioni – tanto fumo e niente arrosto!

Una rivoluzione copernicana, da collaboratori a persone

Affrontare il tema del “work-life balance” e declinarlo nella quotidianità aziendale significa innanzitutto avere una strategia chiara e delle procedure ben precise. Comporta in primis un cambio di mentalità e di cultura: significa non ragionare più su come “gestire le risorse umane” ma su come “sviluppare le persone” per raggiungere gli obiettivi d’impresa.  Una vera e propria rivoluzione copernicana, per non guardare più ai colleghi e ai collaboratori solo come meri portatori di competenze e conoscenze da utilizzare per raggiungere gli obiettivi di business; significa imparare a guardarli come persone con una storia, una famiglia, affetti, limiti, percorsi da affrontare, problemi da risolvere, delusioni, battaglie vinte e perdite da elaborare…ma soprattutto significa costruire la loro felicità, come ad un ben-essere da ottenere, giorno per giorno, che passa anche attraverso il raggiungimento degli obiettivi di business.

Il “work-life balance” è anzitutto una rivoluzione del pensiero e non del lavoro.

Con questo cambio di mentalità la dimensione del tempo acquisisce un nuovo valore, dal momento che diviene il luogo in cui la persona può trovare la propria realizzazione personale. In quest’ottica il “work-life balance”, inteso come nuova possibilità di valorizzare il lavoro mantenendo allo stesso tempo un equilibrio tra gli impegni professionali e quelli personali, rappresenta una vera e propria strategia di business, nella misura in cui contribuisce a portare un beneficio alla performance lavorativa delle persone.

Smart working e flessibilità oraria diventano quindi le scelte organizzative tattiche per eccellenza per declinare la strategia del “work-life balance”, se però sostenute da idonei ed affidabili strumenti informatici e digitali, indispensabili per garantire elevati standard di produttività e di ottimizzazione dei costi. Nel contesto di questa rivoluzione organizzativa e tecnologica gli elementi della fiducia nei confronti dei collaboratori e della responsabilità nei confronti dell’azienda divengono cruciali, diminuendo il controllo diretto del manager o dell’imprenditore e aumentando di contro l’autonomia del collaboratore.

Rimettere la persona al centro è il primo passo: solo con questa lucida consapevolezza possiamo pensare di costruire politiche di “work-life balance” che sappiano realmente valorizzare la ricchezza e l’unicità delle storie e delle esperienze delle persone che lavorano con noi.

Work life balance a chi dunque? A tutti. Perché sono certa che se opportunamente perseguita sarà una sfida che vinceranno sia le imprese che i propri collaboratori. Ai posteri…